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Quando il ministro dà i numeri (e le percentuali).

Thursday, August 28th, 2008

È interessante il modo in cui è stata proposta questa notizia. L’enfasi infatti è soprattutto sulla percentuale (97%) e non sul dato in valore assoluto (42 miliardi di Euro).
Ecco per esempio alcune frasi chiave (la prima è in apertura del pezzo):

Il personale assorbe quasi tutti i fondi destinati alla scuola italiana. Per il resto, non c’è molto spazio.

su 100 euro del faraonico bilancio della scuola italiana 97 vanno direttamente nelle tasche dei dirigenti scolastici, degli insegnanti e del personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). La quota destinata alle spese di funzionamento (Informatica di servizio, cancelleria e spese di pulizia esternalizzate) supera di poco l’1 per cento.

Quando la spesa per il personale ha una tale incidenza sul bilancio complessivo del ministero – ha commentato il ministro Mariastella Gelmini – questo significa che la nostra scuola non ha la capacità, se non si interviene strutturalmente, di rinnovarsi e di guardare con serenità al futuro.

A questo punto il pubblico è in piedi e urla «buuu» agli insegnanti ricchi e grassi (e notoriamente nullafacenti). Lo fa anche il giornalista, che non lesina espressioni come «faraonico bilancio», «cifre da capogiro», «palla al piede» e simili.
Chiaro che a fronte di tutto questo chiunque avrebbe buon gioco nel sostenere una politica di selvaggi tagli al personale (ma solo perché quelli salariali da noi sono meno proponibili).

Io però faccio un po’ fatica a capire. La percentuale, per esempio.

Supponiamo che io sia il poco avveduto amministratore di un’azienda che investe quasi nulla in innovazione, ricerca, infrastrutture ecc. Il divario tra queste spese (pressoché inesistenti) e il costo del personale sarà enorme, altro che 97%. Ma questo a prescindere da quanto guadagnano i miei dipendenti, che magari per colpa mia fanno già la fame, o dal loro numero.
Certo però che io, forte di questa presunta sproporzione, nel breve periodo potrei sostenere la necessità di ridimensionare la forza lavoro, trovando persino comprensione nell’opinione pubblica meno attenta.
E quando la proporzione percentuale (o «incidenza», come dice il ministro) sarà stata ristabilita a colpi di licenziamenti, ciò che resta dell’azienda probabilmente non riuscirà più ad adempiere alla propria missione e fallirà miseramente.

Ma ci sono anche le cifre. Effettivamente 42 miliardi di Euro in un anno sono parecchi. Averceli, signora mia. Ma i dipendenti della scuola italiana quanti sono? Proviamo a dividere la cifra complessiva per il numero dei lavoratori e iniziamo a vedere quanto fa. Ovviamente non basta, bisogna andare più in dettaglio e cercare di capire come sono distribuiti questi soldi. E così via, raffinando sempre più l’analisi.
Fornire il totale complessivo omettendo altri dettagli fa sensazione ma non aiuta a interpretare la realtà.

E comunque: la scuola italiana di cosa ha bisogno? Se necessita di insegnanti, tagliarne il numero non la aiuterà certo a funzionare meglio. Lo stesso dicasi per il personale non docente.
Spendere meno non significa spendere meglio, specie in una realtà basilare e delicata come la scuola, in cui di fatto si gioca il futuro del Paese. A meno che non la si voglia deliberatamente distruggere del tutto, peraltro tra gli applausi.

Maturitwittando in generale.

Thursday, June 19th, 2008

tired student

Una delle tracce di italiano preparate per l’esame di maturità 2008 si è occupata delle “nuove” forme di comunicazione basate sui telefonini e su Internet:

Comunicare le emozioni. Un tempo per farlo si scriveva una lettera, oggi un sms o una mail. Così idee e sentimenti viaggiano attraverso abbreviazioni, in maniera veloce e funzionale. Non è possibile definire questo cambiamento in termini qualitativi, si può però prendere atto della differenza delle modalità di impatto che questa nuova forma di comunicazione ha sulle relazioni tra gli uomini. Quanto quella di ieri era una comunicazione anche fisica, fatta di scrittura, impronte, odori e attesa, tanto quella di oggi è impersonale e immediata. Discuti la questione proposta illustrandone, sulla base delle tue conoscenze ed esperienze, gli aspetti che ritieni più significativi.

Il tema è senz’altro interessante, ho quasi la tentazione di tornare studente e svolgerlo… Ma resisterò, limitandomi a qualche considerazione personale sulla traccia proposta.

Comunicare le emozioni. Un tempo per farlo si scriveva una lettera, oggi un sms o una mail.

Non credo che la missiva cartacea sia davvero passata di moda, specie per un certo tipo di comunicazione a prevalente contenuto emozionale (lettere d’amore, certo, ma non solo).
Ora che ci penso, anche la banca mi scrive lettere tradizionali, che però non si sono mai rivelate molto affettuose (almeno per ora). Per non parlare dei quintali di carta che mi arrivano dall’amministratore di condominio, dalle ONLUS in cerca di contributi, dal supermercato con i suoi prodotti scontati, dai gestori di luce e gas… Beh, a volte anche una bolletta può comunicare un’emozione!
Dimenticavo: io scriverei SMS ancora a lettere maiuscole, e chiamerei la posta elettronica e-mail.

Così idee e sentimenti viaggiano attraverso abbreviazioni, in maniera veloce e funzionale.

L’affermazione è discutibile. Anzitutto, abbreviazioni come “nn” o “xò” fanno rabbrividire chiunque abbia superato con successo la fase adolescenziale, quindi mi aspetto che vengano usate da una minoranza della popolazione. Inoltre, potrei ancora tollerare un paio di abbreviazioni in un SMS, ma mai e poi mai in una e-mail (specie se formale). È una questione di rispetto, per gli interlocutori e per la lingua italiana.
Aggiungo che ci vuole un bel coraggio a tracciare l’equazione abbreviazione = funzionale velocità. Anche perché per decifrare certi acronimi “moderni” occorrono interi quarti d’ora, e in generale la chiarezza e la comprensibilità ne risultano deturpate.

Non è possibile definire questo cambiamento in termini qualitativi

Mi sfugge il senso di questa affermazione. Farlo in termini quantitativi sarebbe invece più agevole? Mah.

si può però prendere atto della differenza delle modalità di impatto che questa nuova forma di comunicazione ha sulle relazioni tra gli uomini

Devo dire che “modalità di impatto” evoca più che altro scene da film tipo Armageddon. E poi non sarebbe stato difficile scrivere “tra le persone” anziché offrire il fianco alle solite accuse di sessismo linguistico.

Quanto quella di ieri era una comunicazione anche fisica, fatta di scrittura, impronte, odori e attesa, tanto quella di oggi è impersonale e immediata.

Ecco tornare di nuovo il tormentone in stile “ai miei tempi…”. Chi ha scritto questa frase non ha la minima idea della fatica necessaria a scrivere un testo importante sulla tastiera di un computer, con tutto ciò che inevitabilmente comporta: impegno mentale e fisico, personalissimo, continuato nonché costellato da numerose impronte (sugli odori preferisco sorvolare).
L’attesa, poi, meriterebbe da sola un trattato a parte. L’attesa di un messaggio, un cenno, una risposta, un bip sul cellulare o una finestrella che lampeggia sullo schermo. O la semplice attesa del momento giusto per scrivere. Quante ansie, quanto desiderio, quanta speranza, quanta disillusione, quanti rimpianti, quanti rimorsi. Ah sì, talvolta anche un pizzico di gioia e di soddisfazione, ma senza esagerare. C’è chi, a pensarci bene, a modo suo è tuttora in attesa… Non faccio nomi.

Discuti la questione proposta illustrandone, sulla base delle tue conoscenze ed esperienze, gli aspetti che ritieni più significativi.

Non sarebbe stato più serio ed elegante dare del lei ai maturandi? O magari privilegiare una forma impersonale? Comunque sia, più che “proposta” qui la questione mi sembra “imposta”.

In buona sostanza, questa traccia non sta in piedi e getta una luce piuttosto inquietante sulla competenza degli estensori. A meno di non volerla interpretare come una provocazione (ma, trattandosi appunto di una serie di affermazioni non documentate, è probabile che in molti all’esame le abbiano pigramente assecondate imbastendovi sopra un po’ di luoghi comuni sufficienti ad accontentare una commissione di vecchietti e-analfabeti).

In estrema sintesi, qualcosa tipo: ma LOL!! ^__^ *send*