Sanremo 2010: la quarta serata.

La penultima serata del festival è sempre un’incognita di cui si farebbe volentieri a meno, come quel secondo un po’ anonimo di un pranzo interminabile che vorresti saltare per lasciare spazio a dessert e liquori mentre ripassi i sorrisi sfatti del commiato.
Il menù sanremese prevedeva: finalissima dei giovani, semifinale dei big con due eliminazioni, ospiti assortiti nazionali e internazionali.
Maga Maionchi. Vince nella categoria delle nuove proposte il timido-ubriaco Tony Maiello patrocinato dalla potentissima Mara Maionchi. Restano al palo l’ormai celebre quindicenne Jessica Brando, che finalmente era riuscita a esibirisi prima di mezzanotte sia pur vestita da arbre magique, e la Winehouse piacentina Nina Zilli, a cui va la magra consolazione del premio della critica.
L’arte di riarrangiarsi. Tutti e dodici i big in gara si esibiscono in versione liberamente rivisitata. Qualcuno azzecca la scelta (buona parte del successo di Valerio Scanu è dovuto ai duetti con Alessandra Amoroso), qualcuno no (Arisa senza occhiali né ritmo relega in seconda fila un Lino Patruno al banjo), qualcuno improvvisa la solita pagliacciata perché tanto la patente di intellettuale anticonformista l’ha già rinnovata non si sa bene come.
Uomini soli, anzi no. Particolarmente straniante il duetto Povia-Masini, il primo alla chitarra il secondo al pianoforte. Con loro c’è una bimbetta bionda di bianco vestita che più che danzare si dimena come un’ossessa e si struscia su Povia e si rotola per terra. Quale la simbologia dietro tutto ciò? Rappresenta l’anima tormentata di Eluana? O è la figlia di Luca che era gay? Forse è una bambina che fa oh dietro a un piccione? Più probabilmente la piccola era stata addestrata a ritrovare le dosi nascoste da Morgan sotto il palco.
Vincere e vinceranno. Uno dei momenti più grotteschi e imbarazzanti della storia della televisione italiana ce lo infligge anche stavolta il filibustrio condotto da Pupo. Loro compare Marcello Lippi, il quale acchiappa un microfono prima della canzone e fa un pistolotto promozional-delirante in barba al regolamento del festival e a qualsiasi logica. Il testo della canzone poi si rivela adattato per celebrare le gesta della nazionale italiana di calcio, con tanto di filmati e osanna per Cannavaro. La loro è una presenza inguardabile, inascoltabile, insensata, inspiegabile. Un drappello di personaggi male assortiti e arroganti che continua a tirare diritto e traccia il solco di un abominio storico e musicale. Il televoto lo difende.
In da house. Due le esibizioni di Bob Sinclair, inspiegabilmente mortificate da lunghi e insulsi siparietti comici (?) di un certo Johnny Groove (che Internet mi informa essere un personaggio di Zelig), praticamente il figlio minorato di Tony Corallo. Mi viene ora in mente che LaLa Song può avere ispirato l’ultimo “lalala” di Fabrizio Moro. E comunque lui si chiama Sinclar e non Sinclair ma tanto io avevo il VIC-20.
Idolo steatopigio (cit.). Arriva poi J.Lo: un po’ imbolsita ma pur sempre arzilla, mette in playback anche il fiatone ma deve subire l’intervista dell’Antonellina nazionale (che la chiama amichevolmente “Gènni”), ovviamente tutta centrata su questioni di maternità, dieta nonché dimensioni e valore dell’augusto pretèrito. Le conseguenze di questo incontro non si fanno attendere.
Le gesta erotiche di squaw Nonna Pina. Per non sfigurare di fronte a “Gènni”, la Clerici si imbusta in un completino nero tanto stretto quanto fetish e trotterella lucida e borchiata sulle note di Sinclar. Sembra una via di mezzo tra Catwoman e la sorella bulimica di Occhi di gatto. Incontenibile, in tutti i sensi, Anto con questa performance entra di diritto nell’immaginario erotico degli italiani subito dopo il primo piano di Nadia Cassini sotto la doccia.
SanrEMO. A tarda ora le regazzine possono finalmente andare in visibilio per i Tokio Hotel. Scene simili si son viste anni fa anche davanti ai Duran Duran, solo più genuine e con qualche fotocamera digitale in meno. E son ragazzi giudiziosi i Tokio, non hanno sfasciato nulla come invece fecero i loro colleghi Placebo.
Il verdetto (che magari si chiama così perché ti lascia quasi verde di rabbia). Eliminati definitivamente Enrico Ruggeri (che per l’occasione si era rimesso gli occhiali con la montatura bianca ma non i capelli) e Fabrizio (Jarabe de) Moro. Vanno in finale tutti gli altri compreso il patriottico trio Ucci, Acci e l’asino Dolcepiè con la sua corona di stecche.
Demenza e sregolatezza. Il festival si era già chiuso sufficientemente in bruttezza ma ecco l’aggravante: il maestro Marco Sabiu, in ombra per tutta la puntata, si esalta sulla sigla finale e come un pazzo furioso si strappa le maniche della giacca, poi toglie archetto e violino a un musicista dell’orchestra e li spacca per terra compiaciuto. Una scena nauseante, un insulto a chi ama e rispetta la musica, uno sfregio a chi risparmia per comprarsi uno strumento per far musica, un vero e proprio schifo finanziato dal canone.