
Il mio rapporto con le automobili è piuttosto distaccato, delicato, spesso problematico ma privo di quella passione che quasi sempre lega maschietti e motori. Non che l’auto sia per me un elettrodomestico qualunque, ma quasi.
Eppure sono automunito, più per consuetudine sociale che per convinzione, e perciò costretto ad assecondare bisogni e bisognini del mezzo a quattro ruote: carburante, bollo, assicurazione, tagliando, revisione…
Ecco, proprio oggi mi sono tolto un gran peso: tagliando annuale e revisione in un colpo solo (sì, anche il bollino blu). Il sollievo è particolarmente intenso perché avevo completamente dimenticato la necessità burocratica di far revisionare periodicamente la vettura alle scadenze stabilite, perciò circolavo da qualche mese spensierato e fuori norma, esposto al rischio di multe epocali. Me ne sono accorto con orrore pochi giorni fa.
Dicevo, mi sono recato di buon mattino presso l’officina del concessionario – o concessionaria? è un’entità che nel frasario delle pubblicità ogni tanto cambia sesso –, ho lasciato lì la macchina e nel tardo pomeriggio sono passato a riprendermela. Tutto a posto, come sempre. Spesa finale superiore al preventivo, come sempre.
Oggi però ho dovuto fare i conti anche con l’ironia dell’addetto alla riconsegna auto, quella figura quasi mitologica capace di estrarre con nonchalance un qualunque mezzo da un mosaico fitto fitto di altre lamiere, che io a dover fare la stessa operazione ci metterei sessantaquattromila micromanovre e suderei almeno sette camicie – per non parlare di probabili strisciate e bolli distribuiti qua e là come fossero coriandoli a carnevale.
Ecco, quell’omino in tuta e berrettino d’ordinanza mi ha riportato lesto l’auto mettendola in posizione per l’uscita sicura dall’officina, ma per farlo non ha potuto non accenderla, e accendendola non ha potuto non illuminare il quadro, e in mezzo al quadro c’è il contachilometri, che non ha potuto non leggere.
Ecco perché ha cominciato a dispensare commenti vagamente canzonatori al mio indirizzo:
Non la usa spesso, vero?
Lo sa, la sua è più nuova di quelle che abbiamo su [in esposizione, N.d.B.].
Ci rivediamo tra un anno, perché se le dico tra 15.000 chilometri non ci rivedremo mai più.
e via di questo passo.
Io già alla seconda frecciatina meditavo sul da farsi. Esclusa l’opzione “sguardo improvviso da psicopatico assassino”, avrei magari potuto zittirlo facendo pesare un qualche titolo accademico, ma non sarebbe stato elegante né appropriato. Altro non mi è venuto in mente, così me ne sono uscito con una frase di questo tipo:
Vede, io viaggio più spesso con l’immaginazione, la fantasia.
Silenzio. Da sotto la visiera del berrettino d’ordinanza due occhi mi hanno guardato fissi fissi, seri seri, per qualche secondo. Poi ho riavuto nel palmo della mano le chiavi del mio fido autoveicolo revisionato e tagliandato e ho quindi imboccato a 60 all’ora la rampa di uscita – non prima di aver riportato il sedile di guida due o tre tacche indietro.
Ripensandoci, c’era spazio per dirottare il discorso su argomenti meno spinosi (che so, il concetto di carburatore per esempio) e così rimanere amici, o almeno in rapporti cordiali. Ma io non ho amici meccanici, non ne ho mai avuti, e riparazioni e ricambi li ho sempre dovuti pagare a prezzo pieno, e magari qualcosa in più.
Come quella volta che ho dovuto cambiare la batteria della Uno proprio sotto Natale.
Ma questa è un’altra storia.