Fili.
March 7th, 2010Voltarsi a osservare il ricamo di una vita: punti incerti, colori, vuoti, l’aiuto di altre mani.
Questo ripaga un’età.
Voltarsi a osservare il ricamo di una vita: punti incerti, colori, vuoti, l’aiuto di altre mani.
Questo ripaga un’età.

Com’è andata a finire ormai è noto. Il sessantesimo festival di Sanremo si chiude con la televittoria di Valerio Scanu. Verrà ricordata come una delle edizioni più scoppiettenti. Ecco qualche considerazione conclusiva.
Finale di partita. Al momento dell’annuncio dei sette big eliminati si entra di colpo in un incubo, quasi in una canzone dei Baustelle. Cadono uno dopo l’altro i nomi migliori e poco per volta si materializza l’incubo: in finale c’è FiliPupo insieme a Scanu e (meno male, almeno lui) Mengoni. Il pubblico dell’Ariston protesta, insorge, urla. L’unica speranza sembra essere Mengoni.
Prova d’orchestra. In aggiunta ai generosi fischi del pubblico è bello veder nascere una protesta spontanea tra gli orchestrali, i quali non ci stanno ad apparire corresponsabili dell’ormai probabile abominio finale. Fischi, gesti di disappunto, spartiti che volano, i musicisti vogliono che si sappia come hanno votato. Bella prova d’orgoglio, la Clerici sul palco è visibilmente preoccupata. Poi, dopo una pausa pubblicitaria, tutto torna nei ranghi. Tutti tranquilli, sereni, rabboniti. Che qualcuno nel nero delle telecamere abbia fatto la voce grossa? Più probabilmente Mazzi e l’organizzazione del festival si sono mobilitati e hanno trovato la soluzione: tranquilli, non vincono quei tre. E così è stato.
Mondo Scanu. Alla fine infatti vince l’ennesima creatura di Amici e così risparmia a Sanremo e all’Italia intera una delle figuracce più epocali di tutti i tempi. Scanu Reeves è un giovinotto sereno che ha pescato l’ennesimo jolly e ora si ritrova in mano il dorato primo premio della Riviera. Ormai è chiaro che i figli dei talent show viaggiano su una corsia preferenziale rispetto ai giovani che battono le strade più consuete, passando magari dalla cara vecchia gavetta nelle cantine e nei locali.
L’evoluzione. Il festival nell’arco di qualche anno passa da Minghi a Mengoni passando da Mengoli, Mango e persino Mangoni. Marco Mengoni a fine serata appare visibilmente deluso per la mancata vittoria (ora si sa che è arrivato terzo). Tuttavia, già finalista, qualche minuto prima aveva mormorato un flebile “scusate” nel microfono e questo piccolo gesto gli consegna la vittoria morale del festival.
Se la suonano e se la votano. Per la prima volta l’orchestra ha avuto il potere di influenzare l’esito del festival, addirittura in competizione con il televoto. Visto cos’è successo, l’anno prossimo gli organizzatori ci penseranno due volte prima di ripetere l’esperimento. Prevedo che l’orchestra venga privata del diritto di voto, o che venga sostituita in blocco da dei miti Apicella suonatori.
In nome del popolo sovrano. Un doveroso appunto finale ad Antonella Clerici, che stanca e spaesata tenta di rintuzzare i fischi affermando che il televoto è l’espressione del popolo sovrano. No Antonellina tesoro, poter mandare 7 SMS a utenza telefonica non è democrazia, pensaci su e vedrai che te ne renderai conto anche tu.
Il festival è morto! – No, potrebbe avere figli. Nel bene e nel male è stato un Sanremo di ottimo livello. Grande professionalità nell’organizzazione e nella realizzazione. La Clerici se l’è cavata egregiamente vincendo in simpatia e ascolti. Peccato per qualche scelta poco azzeccata nella selezione dei cantanti, che si è poi in parte tradotta nello psicodramma semitragico finale. Non c’era bisogno di lasciare aperti certi spiragli di polemica. La prossima volta andrà meglio, la struttura è solida e si potrà investire solo e soltanto sulla buona musica. Sperando che la Rai voglia proseguire in quella direzione.

La penultima serata del festival è sempre un’incognita di cui si farebbe volentieri a meno, come quel secondo un po’ anonimo di un pranzo interminabile che vorresti saltare per lasciare spazio a dessert e liquori mentre ripassi i sorrisi sfatti del commiato.
Il menù sanremese prevedeva: finalissima dei giovani, semifinale dei big con due eliminazioni, ospiti assortiti nazionali e internazionali.
Maga Maionchi. Vince nella categoria delle nuove proposte il timido-ubriaco Tony Maiello patrocinato dalla potentissima Mara Maionchi. Restano al palo l’ormai celebre quindicenne Jessica Brando, che finalmente era riuscita a esibirisi prima di mezzanotte sia pur vestita da arbre magique, e la Winehouse piacentina Nina Zilli, a cui va la magra consolazione del premio della critica.
L’arte di riarrangiarsi. Tutti e dodici i big in gara si esibiscono in versione liberamente rivisitata. Qualcuno azzecca la scelta (buona parte del successo di Valerio Scanu è dovuto ai duetti con Alessandra Amoroso), qualcuno no (Arisa senza occhiali né ritmo relega in seconda fila un Lino Patruno al banjo), qualcuno improvvisa la solita pagliacciata perché tanto la patente di intellettuale anticonformista l’ha già rinnovata non si sa bene come.
Uomini soli, anzi no. Particolarmente straniante il duetto Povia-Masini, il primo alla chitarra il secondo al pianoforte. Con loro c’è una bimbetta bionda di bianco vestita che più che danzare si dimena come un’ossessa e si struscia su Povia e si rotola per terra. Quale la simbologia dietro tutto ciò? Rappresenta l’anima tormentata di Eluana? O è la figlia di Luca che era gay? Forse è una bambina che fa oh dietro a un piccione? Più probabilmente la piccola era stata addestrata a ritrovare le dosi nascoste da Morgan sotto il palco.
Vincere e vinceranno. Uno dei momenti più grotteschi e imbarazzanti della storia della televisione italiana ce lo infligge anche stavolta il filibustrio condotto da Pupo. Loro compare Marcello Lippi, il quale acchiappa un microfono prima della canzone e fa un pistolotto promozional-delirante in barba al regolamento del festival e a qualsiasi logica. Il testo della canzone poi si rivela adattato per celebrare le gesta della nazionale italiana di calcio, con tanto di filmati e osanna per Cannavaro. La loro è una presenza inguardabile, inascoltabile, insensata, inspiegabile. Un drappello di personaggi male assortiti e arroganti che continua a tirare diritto e traccia il solco di un abominio storico e musicale. Il televoto lo difende.
In da house. Due le esibizioni di Bob Sinclair, inspiegabilmente mortificate da lunghi e insulsi siparietti comici (?) di un certo Johnny Groove (che Internet mi informa essere un personaggio di Zelig), praticamente il figlio minorato di Tony Corallo. Mi viene ora in mente che LaLa Song può avere ispirato l’ultimo “lalala” di Fabrizio Moro. E comunque lui si chiama Sinclar e non Sinclair ma tanto io avevo il VIC-20.
Idolo steatopigio (cit.). Arriva poi J.Lo: un po’ imbolsita ma pur sempre arzilla, mette in playback anche il fiatone ma deve subire l’intervista dell’Antonellina nazionale (che la chiama amichevolmente “Gènni”), ovviamente tutta centrata su questioni di maternità, dieta nonché dimensioni e valore dell’augusto pretèrito. Le conseguenze di questo incontro non si fanno attendere.
Le gesta erotiche di squaw Nonna Pina. Per non sfigurare di fronte a “Gènni”, la Clerici si imbusta in un completino nero tanto stretto quanto fetish e trotterella lucida e borchiata sulle note di Sinclar. Sembra una via di mezzo tra Catwoman e la sorella bulimica di Occhi di gatto. Incontenibile, in tutti i sensi, Anto con questa performance entra di diritto nell’immaginario erotico degli italiani subito dopo il primo piano di Nadia Cassini sotto la doccia.
SanrEMO. A tarda ora le regazzine possono finalmente andare in visibilio per i Tokio Hotel. Scene simili si son viste anni fa anche davanti ai Duran Duran, solo più genuine e con qualche fotocamera digitale in meno. E son ragazzi giudiziosi i Tokio, non hanno sfasciato nulla come invece fecero i loro colleghi Placebo.
Il verdetto (che magari si chiama così perché ti lascia quasi verde di rabbia). Eliminati definitivamente Enrico Ruggeri (che per l’occasione si era rimesso gli occhiali con la montatura bianca ma non i capelli) e Fabrizio (Jarabe de) Moro. Vanno in finale tutti gli altri compreso il patriottico trio Ucci, Acci e l’asino Dolcepiè con la sua corona di stecche.
Demenza e sregolatezza. Il festival si era già chiuso sufficientemente in bruttezza ma ecco l’aggravante: il maestro Marco Sabiu, in ombra per tutta la puntata, si esalta sulla sigla finale e come un pazzo furioso si strappa le maniche della giacca, poi toglie archetto e violino a un musicista dell’orchestra e li spacca per terra compiaciuto. Una scena nauseante, un insulto a chi ama e rispetta la musica, uno sfregio a chi risparmia per comprarsi uno strumento per far musica, un vero e proprio schifo finanziato dal canone.

Per raccontare la terza serata del festival bisogna iniziare dalla fine. L’ennesima puntata gradevole ma senza infamia né lode ha infatti sbandato in coda schiantandosi contro almeno tre episodi discutibili.
Le fogne morte. Il televoto popolare compie l’orribile misfatto: ripescati Emanuele Filiberto, Pupo e compagnia cantante. No comment, difficile immaginare di poter scendere più in basso (ma attenzione: in realtà mancano ancora due serate…). Ripescato per la cronaca anche Valerio Scanu, eliminati definitivamente Toto Cutugno, Nino D’Angelo e i Sonohra (olè).
Siamo i ragazzi di oggi. Chi si loda, si sa, prima o poi paga questo inopportuno gesto. E infatti: la Clerici si era appena vantata di non avere mai sforato oltre mezzanotte e mezza nelle prime due puntate ed ecco che la terza deborda fin quasi all’una. Effetto collaterale: l’esibizione delle nuove proposte inizia ben più tardi di mezzanotte e a Jessica Brando, solo quindicenne, a termini di regolamento viene interdetto l’accesso al palco. Viene comunque mandato in onda il suo filmato delle prove ma intanto in sala stampa scoppia la bagarre. Il televoto infine la premia.
Nilla e non più Nilla. Poco prima l’arzilla Adionilla aveva certificato la propria esistenza in vita camminando sul palco dell’Ariston, parlando e persino cantando. Peccato per la coreografia più lugubre che solenne, non certo di buon auspicio per l’ultranovantenne interessata. Momenti sanremesi da incorniciare ma un po’ più di sobrietà e di rispetto per la “regina del festival” non avrebbe guastato.
Tutto il resto è amarcord sanremese: canzoni storiche riproposte da artisti del calibro di Elisa (che con la bocca fa a pezzi le canzoni altrui), Fiorella Mannoia (che con la bocca tramortisce ogni canzone), Edoardo Bennato (che con la bocca suona ancora l’armonica), Riccardo Cocciante (che non conosce le parole di “Nel blu dipinto di blu” ma insiste con le cattedraaaaali), Francesco Renga (che le cover sono ormai il suo mestiere), Miguel Bosè (che somiglia sempre di più alla madre, trucco compreso), Carmen Consoli (tuttora orgogliosamente cantantessa) e Massimo Ranieri (che non manca mai di dimostrare di essere un vero signore oltre che un vero artista). Il tutto in bilico tra un omaggio, un fiore e una marchetta.

Molto molto poco da dire sulla seconda serata, scivolata via tranquilla come sferruzzando i punti già contati il giorno prima. Per quanto riguarda i “big” abbiamo riascoltato tutte e dodici le canzoni ancora in gara. Io tifo per Irene Grandi e la sua baustella di Halley, si sappia.
Bisogna ammettere che la scaletta del festival quest’anno è ben pensata: niente tempi morti (telepromozioni a parte) né discorsi fatui, subito musica e via un cantante dopo l’altro. Niente trucchetti per tenere lo spettatore attaccato a forza allo schermo, alle 23:30 tutti i big hanno già cantato e gli ospiti si sono già visti. Ottimo.
Questo rende sopportabili anche i momenti-simpatia pensati dagli autori. Sempre più indigesti i tre tenorini nati vecchi, adorabile la regina Rania di Giordania, imbarazzante la gag su Avatar, tellurico il can can della Clerici in tenuta filo-filiberta.
Anche il momento grolla-della-vera-amicizia poteva avere miglior fortuna: Antonellina elenca per nome un po’ di amichette sue ma si dimentica di ringraziare, per esempio, la brava Elisa Isoardi che tanti in bocca al lupo le aveva fatto recapitare (insieme agli avanzi felini di Bigazzi).
Chirurgica la selezione della giuria demoscopica: eliminati i Sonohra e Marco Scanu, in assoluto i più scarsi della truppa canora sopravvissuta.
A tarda sera pure i primi cinque “giovani” si sono affacciati sul palco dell’Ariston. Anche qui poco da dire: quasi tutti giovinetti semi-sconosciuti ma di belle speranze, più accaniti nell’appiccicarsi addosso un personaggio purchessia che nel coltivare voce e idee. L’unica menzione la merita forse l’esibizione della pre-osannata Nina Zilli.
I fiori della riviera continuano a non comparire sul palco. No dai, la battuta sulle opere di bene non la faccio.